A Bali l’acqua non serve soltanto a irrigare i campi. Attraversa templi, risaie e villaggi, distribuisce fertilità, ordina relazioni, mette in comunicazione ciò che si vede con ciò che non si vede.

Prima di partire ci siamo chiesti dove cercare la pace mentre tutto cambia. Pensavamo che Bali fosse il luogo giusto per porre questa domanda. Non perché fosse pacifica, ma perché sembrava custodire un modo particolare di abitare i passaggi: tra natura e cultura, sacro e quotidiano, materia e spirito.

Abbiamo preparato il viaggio seguendo questa intuizione. All’arrivo, insieme al programma, abbiamo consegnato un breve saggio. Raccontava il rapporto balinese tra Sekala e Niskala, il visibile e l’invisibile, e provava a offrire alcune chiavi per osservare l’isola senza ridurla a una sequenza di templi, cascate e risaie.
La domanda era pronta. Il luogo, molto meno disposto a lasciarsi contenere.
Gli strati di Ubud
Ubud ci ha accolti con il traffico, i motorini, i marciapiedi interrotti, i turisti in cerca di autenticità e un’intera economia costruita per soddisfare quella ricerca.
È una città affascinante e contraddittoria. La spiritualità balinese convive con centri yoga fondati da occidentali, ristoranti australiani, boutique, massaggi, cerimonie, offerte lasciate a terra e locali nei quali ogni dettaglio sembra progettato per rispondere a un’immagine di Bali già presente nella mente di chi arriva.

Alcune realtà straniere provano a restituire valore al territorio, investendo in persone locali, progetti sociali e filiere più circolari. Altre trasformano simboli, pratiche e linguaggi spirituali in prodotti facilmente acquistabili.
Sarebbe semplice dividere tutto tra autentico e artificiale. Sarebbe anche falso.
La Bali contemporanea abita proprio questa sovrapposizione. C’è il substrato locale, fatto di gesti quotidiani, comunità, acqua, offerte e relazioni con il sacro. Sopra di esso cresce lo strato degli expat, con le sue intenzioni, il suo denaro e le sue interpretazioni. Tra i due avviene uno scambio continuo, economico e culturale, capace di generare opportunità, dipendenze, cura e mercificazione.
A Bali i movimenti dell’acqua sono sacri perché irrigano i campi e tengono insieme le comunità. A Ubud abbiamo cominciato a chiederci che cosa irrigassero i movimenti del denaro. Quali relazioni alimentassero. Quali immagini facessero crescere. Quanta parte dello spirito riuscissero a sostenere e quanta finissero per consumarne.

Non siamo arrivati a una risposta. Abbiamo cominciato a uscire dalla città.
A poca distanza dal suo centro il paesaggio cambia. Le strade si stringono, il rumore arretra, compaiono campi, case, piccoli templi, corsi d’acqua. In scooter basta fermarsi sul margine della strada per accorgersi che il viaggio non avviene soltanto nei luoghi indicati sulla mappa. Avviene tra una destinazione e l’altra, quando nessuno ha ancora deciso che cosa meriti di essere guardato.
Nelle risaie di Jatiluwih l’interdipendenza raccontata nei templi prende forma concreta. L’acqua attraversa il paesaggio seguendo un sistema che unisce ambiente, agricoltura e comunità. Non è soltanto una bella vista. È una forma di organizzazione del mondo.
La pace, lì, non sembrava coincidere con il silenzio. Somigliava piuttosto a un equilibrio continuamente mantenuto.

Perdere la strada
Nel tragitto verso Sidemen il ritmo è cambiato ancora.
Eravamo diretti alle cascate di Gembleng quando il telefono usato per orientarci si è spento. Mancavano alcuni chilometri e non riuscivamo a trovare l’ingresso. Avremmo potuto accendere un altro dispositivo e ripristinare immediatamente la rotta.
Abbiamo scelto di non farlo.
Abbiamo cominciato a chiedere indicazioni. Poche parole condivise, molti gesti, nomi ripetuti con pronunce diverse. Per trovare una cascata abbiamo dovuto tornare a osservare le persone, capire dove rivolgere lo sguardo, accettare qualche esitazione e lasciare che il percorso dipendesse, per un momento, da qualcun altro.
È una cosa minuscola. Proprio per questo è facile perderne il valore.
La tecnologia elimina attrito e incertezza. Ci permette di attraversare un territorio senza aver bisogno di chi lo abita. Perdersi, invece, può restituire al luogo una voce. Non sempre conduce a un incontro memorabile, ma riapre la possibilità dell’incontro.

A Gembleng l’acqua scorre sulla roccia formando piccole vasche naturali sospese sopra il paesaggio. Ci siamo fermati più del previsto. Abbiamo respirato, bevuto una birra e parlato con una viaggiatrice francese.
Cercando una parola inglese, ha pronunciato éphémère.
La prima associazione è stata con qualcosa di superficiale. Lei ha spiegato che intendeva qualcosa destinato a durare un giorno soltanto, ma non per questo meno intenso o profondo.

Da quella parola è nata una conversazione sulle somiglianze tra le lingue e sui significati che crediamo di conoscere. È emersa anche la parola “presente”, insieme al suo doppio senso di tempo e dono, ricordato attraverso una frase di Kung Fu Panda.
Non tutte le conversazioni devono sopravvivere al viaggio. Alcune esistono per il tempo di una cascata e di una birra. La loro brevità non le rende meno vere.
Forse il presente è anche questo: qualcosa che non possiamo trattenere e che proprio per questo richiede attenzione.
Cinque pietre
La mattina seguente siamo scesi verso il fiume lungo una scala.
Giunti in fondo, due grandi cascate si aprivano ai lati del percorso. Siamo andati verso destra. Su un lato c’era una piscina naturale, sull’altro l’acqua cadeva con forza lungo la parete. Una ventina di persone si alternavano per entrare, guardare e scattare fotografie.

Non era un luogo invaso. Per arrivarci servivano tempo e volontà. Era semplicemente un posto bellissimo e, quindi, inevitabilmente visitato.
Abbiamo proseguito.
Una ventina di metri più avanti, sulla sinistra, c’era un piccolo baldacchino. Due uomini balinesi, uno giovane e uno anziano, riposavano fumando. Sulla destra scendeva una cascata più piccola. L’acqua aveva scavato una rientranza nella parete e formato una piscina naturale raccolta tra le rocce.
Cinque pietre facevano da scala.
Siamo saliti e ci siamo seduti sul bordo, con i piedi nell’acqua e la cascata sopra di noi.
Sentivamo la necessità di dedicare un momento al respiro. In quel punto la pratica non serviva ad allontanarci dal luogo per entrare dentro noi stessi. Serviva a renderci parte integrante del luogo.

Il respiro ha rallentato il corpo. Il rumore dell’acqua ha occupato lo spazio lasciato libero. La parete, la temperatura, l’umidità e la presenza delle altre persone hanno smesso di essere uno sfondo.
Per qualche minuto è rimasta la sensazione di doverci spostare. Qualcuno sarebbe potuto arrivare, aspettare, desiderare lo stesso spazio per una fotografia. Occupare un luogo bello sembrava quasi una colpa.
Poi abbiamo riconosciuto quella fretta per ciò che era: l’idea che ogni esperienza debba essere rapida, efficiente e immediatamente ceduta a chi viene dopo.
Abbiamo scelto di restare.
Non per appropriarci della cascata, ma per concederle il tempo di diventare qualcosa di più di un’immagine. Siamo rimasti oltre mezz’ora, finché il programma ha cominciato a chiamarci da molto lontano e ci siamo accorti di essere in enorme ritardo.
La pace non era nascosta in quella piscina in attesa del nostro arrivo. È comparsa nella relazione tra il luogo e una scelta. Salire cinque pietre. Sedersi. Respirare. Non andarsene subito.
A volte una soglia non divide due territori. Divide due modi di stare nello stesso posto.
Il mare decide
Amed ci ha accolti con il mare, il profilo dei vulcani e una luce capace di allungare la sera.
Il mattino seguente abbiamo praticato yoga in villa con un insegnante indonesiano trasferitosi lì molti anni prima, quando Amed era ancora più piccola, quieta e lontana dai percorsi abituali.

Poi siamo partiti per fare snorkeling.
Avevamo individuato tre punti. Nel primo abbiamo incontrato alcuni subacquei che uscivano dall’acqua delusi. La corrente aveva ridotto quasi a zero la visibilità. Il programma prevedeva di entrare, ma il mare aveva già deciso diversamente.
Siamo tornati indietro e ci siamo fermati a Jemeluk Bay, più protetta.
La giornata ha cambiato forma senza bisogno di essere salvata. C’è chi è rimasto a lungo in acqua, assorbito dai coralli. Chi ha preferito galleggiare sui materassini. Chi è uscito dopo pochi minuti, disturbato dalla corrente e più attratto dalla possibilità di riposare.
Lo stesso luogo non offre a tutti la stessa esperienza. Non perché qualcuno sappia attraversarlo meglio, ma perché ogni identità porta con sé un corpo, un desiderio e un ritmo differenti.
Un viaggio condiviso non richiede di sentire le stesse cose. Richiede uno spazio abbastanza ampio perché le differenze non debbano essere corrette.
Quella sera siamo tornati davanti al tramonto, poi abbiamo cenato in un piccolo warung immerso in un prato, accompagnati da un karaoke spontaneo. Abbiamo parlato del presente e della parola “per sempre”. In seguito abbiamo registrato le testimonianze finali e aperto l’ultimo cerchio.

Ogni sera, quasi senza eccezioni, il cerchio aveva dato forma a ciò che durante il giorno era rimasto disperso. Non serviva a stabilire una morale comune. Permetteva a percezioni diverse di occupare lo stesso spazio.
Il viaggio attraversava il luogo. Le parole della sera consentivano al luogo di attraversare noi.
Ciò che custodiamo
Siamo partiti da Bali senza risolvere la domanda con cui eravamo arrivati.
Non abbiamo scoperto dove si trovi la pace. Abbiamo osservato alcune condizioni nelle quali può diventare percepibile.
Appare quando il paesaggio smette di essere uno sfondo. Quando un telefono spento ci costringe a chiedere. Quando una parola straniera modifica il significato che attribuivamo alla nostra. Quando il respiro ci permette di restare sotto una cascata. Quando il mare impedisce il programma e non sentiamo più il bisogno di combatterlo. Quando persone differenti possono attraversare lo stesso giorno senza doverlo vivere nello stesso modo.
Non tutto ciò che incontriamo deve trasformarci. La trasformazione, se viene promessa in anticipo, rischia di diventare un altro prodotto da consumare.
Possiamo limitarci a osservare con attenzione. Sentire ciò che un luogo produce. Scegliere come rispondere. Riconoscere il movimento che nasce da quella scelta.
Solo dopo possiamo domandarci che cosa custodire.

Di Bali rimangono il saggio consegnato all’arrivo, un quaderno attraversato giorno dopo giorno, per qualcuno di noi ancora vivo, fotografie, conversazioni, pratiche, testimonianze e una geografia che nessuna mappa potrebbe riprodurre completamente.
Rimane soprattutto un modo di viaggiare.
Entrare in un luogo come ospiti ricettivi. Lasciare che la domanda orienti lo sguardo senza pretendere di trovare una risposta. Attraversare la soglia tra vedere e partecipare. Accettare che qualche volta il viaggio ci chieda di proseguire e qualche altra di fermarci.
Incontrare nuovi luoghi e persone meravigliose è soltanto l’inizio.
Il resto accade nello spazio che scegliamo di lasciare tra noi e ciò che incontriamo.

